INTRODUCTION

Camilla Martinelli’s introduction to the exhibition catalogue, March 2015

Quanto mi dai se mi sparo?

Luca Reffo, Before Nature: introduzione all’opera in mostra

L’anima è una metafora dei sistemi di pensiero dell’uomo che resiste a ogni tentativo di definizione. Uno dei modi per avvicinarsi secondo lo psicologo James Hillman è un gesto estremo ma profondamente legato a una certa meditazione sulla vita: il suicidio. “Se soltanto chi è vivo può morire, soltanto chi muore è veramente vivo”. Concepirne anche solo l’idea è accettazione di un’evidenza concreta, una forma di autocoscienza del libero arbitrio. Ma è anche esistere accompagnati dalla stessa coscienza del “negativo” connaturato alla vita. Nel dipinto in mostra notiamo un trattamento pittorico che spinge oltre la suggestione, invertendo i chiaroscuri, sconvolgendo l’aspettativa. Un lancio nel vuoto, un gesto sospeso, un gesto sospeso nel suo compiersi, in una natura madre e matrigna che accoglie e respinge, è un viaggio nell’indeterminatezza, eppure ci dona la possibilità di esperire l’inconcepibile, di “sentire insieme” un’azione spettacolare, estrema, dal carattere paradossalmente seducente.

Introduzione alla mostra

La grandezza dell’arte non comincia ad apparire che al venir meno della vita. Guy Debord

La mostra, visitabile dal 16 al 25 Marzo 2015 presso la Galleria The Workbench di Milano presenta le opere di Silvia Camporesi, Arnold Mario Dall’O, Hannes Egger, Ulrich Egger, Tony Fiorentino, Lorenzo Di Lucido, Fabrizio Perghem, Luca Reffo, Antonio Riello.
A Cura di Camilla Martinelli e realizzato in collaborazione con lo spazio espositivo Kunsthalle Lana (Bolzano), il progetto accosta l’opera di artisti che hanno esposto o collaborato con la stessa Kunsthalle e lascia dialogare espressioni molto differenti tra loro. Ispirate dallo spirito provocatorio del titolo, alcune opere sono state realizzate appositamente per l’occasione e intessono un dialogo speciale con gli spazi altamente caratterizzati della galleria milanese.
La mostra richiama il titolo di un libro uscito nel 1995 scritto dal noto cantautore italiano Sergio Endrigo. D’ispirazione decisamente autobiografica, “Quanto mi dai se mi sparo?”, racconta di un cantante famoso che raggiunta la soglia dei cinquanta, viene snobbato dalle majors, e per cantare è ridotto a fare serate nelle balere di provincia, a suonare e risuonare sempre gli stessi pezzi.
Con questo romanzo Sergio Endrigo mette su carta la testimonianza di un’epoca non più interessata a seguire e valorizzare il cantautore italiano, attenta piuttosto alla moda, alle dinamiche di mercato. Il protagonista del libro di Endrigo reagisce a questa situazione escogitando un piano: per farsi notare annuncia che il suo suicidio avverrà al termine di un concerto. La notizia impazza sui media e lui torna improvvisamente alla ribalta. Si separa dalla moglie e dal figlio e in attesa dell’avvento vive un ultimo mese tra eventi e celebrità.
Chicca: Silvio Berlusconi gli propone di condurre un programma in prima serata purché non si spari. Una messa in scena a tratti grottesca che la dice lunga sulla vita di tanti artisti e sull’eterno conflitto tra creatività e mercato.
Più che riferirsi esplicitamente ella diegesi di Endrigo, il titolo della mostra evoca l’ambito che le opere esposte vanno ad esplorare. La solitudine, la desolazione che i corpi e i luoghi suggeriscono, parla di finitudine, conflitto, sacrificio e violenza, e del legame perverso che questi temi intrattengono con la spettacolarizzazione della loro resa in immagini.
L’ arte esprime le insoddisfazioni che governano il mondo, trasfigurandole in sprazzi di bellezza, curiosità, piacere, sì, la parola chiave è ancora e sorprendentemente “piacere” anche nel godimento del brutto. Perché nel brutto, nella visione del tragico, ci sentiamo vivere più intensamente, godiamo nel provare il dolore degli altri, consapevoli di essere “in salvo”.
Oggi abbiamo esorcizzato il pericolo, disinnescando armi originali, imitandole, imbellettandole, costruendo un reliquiario fatto di strumenti del dolore. Il tutto assume un’estetica ipervisibile, diventando innocuo, perdendo funzione “pratica” e assumendo funzione “estetica”. E in queste immagini sappiamo sì immedesimarci con una certa empatia, eppure esibiamo un interesse disinteressato tipicamente postmoderno a cui hanno ben addestrato i media dopo averci resi avvezzi ad ogni scena di violenza, ingiustizia, seguita da un minuto di p-u-b-b-l-i-c-i-t-à. Sensazione-disincanto, orrore-slogan.
Un cortocircuito allucinato e allucinatorio che fa balenare alla coscienza ogni tipo di imperativo. L’espressione “Quanto mi dai se mi sparo?” sembra altresì interpretare la posizione “scomoda” che trovano a rivestire molti artisti di oggi. Il creativo della vita moderna, vive l’urgenza di ottenere un riscontro concreto, fondamentalmente riconducibile alla benedizione del “circuito dell’arte”. Musei, gallerie, spazi espositivi, ma anche l’attenzione dei mass media o dei social, con i “like” cliccati su Facebook, fa una buona parte.
Solitudine ed esclusione spingono ad inventarsi chissà cosa per reclamare attenzione. Ma la vita in solitudine non è altro che uno dei frutti della “vetrinizzazione sociale”. L’amplificazione della funzione esercitata dalle vetrine dei negozi nei confronti delle merci esposte, si proietta sullo stesso individuo e diventa oggetto della messa in scena quotidiana, soprattutto attraverso l’uso dei media.
E allora cosa può l’artista contemporaneo? Come fare per destare l’attenzione? Occorre uccidersi, nascondersi per rivelarsi? Trasfigurare questioni spinose? Spettacolarizzare la sofferenza? O fare della propria morte un’ultima definitiva performance?